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Alcuni importanti spunti tratti da un’attenta analisi del bene “casa” inteso, ora ancor più di prima, innanzitutto come luogo principale della nostra vita e non solo come un investimento finanziario.

“Da asset illiquido a bene rifugio.”

La casa degli italiani, a causa delle restrizioni per fermare il contagio del Coronavirus, è diventata una vera e propria tana dove famiglie, coppie e single si proteggono dalla pandemia. Cambia quindi la funzionalità della nostra abitazione, diventata ufficio per lo smartworking, scuola per i ragazzi, ma anche palestra dove perdere i chili presi dopo le laboriose e succulente pietanze mai preparate prima.

In casa ci siamo riscoperti grandi chef, pasticceri e fornai.

Marzo è stato il mese delle grandi pulizie di primavera, con un balzo del 50% del consumo di detergenti per superfici: è stato sanificato di tutto, tappeti, armadi, divani, librerie, cassettoni.

La casa è diventata il centro della nostra vita sociale, che si vive su Whatsapp, Zoom, Houseparty e su altre mille applicazioni a portata di tutti, nonni e nipoti. App sempre esistite e mai considerate che in queste settimane ci hanno permesso di stare in contatto con amici e parenti lontani e che, paradossalmente, ora chiamiamo più di prima.

E’ fuor di dubbio che il Coronavirus abbia cambiato il valore emotivo che attribuiamo alla nostra casa, diventata il centro della nostra vita. Come ricorda il professor Valerio Corradi, sociologo del territorio all’Università Cattolica, al tempo del Coronavirus, le abitazioni diventano un possibile nodo all’interno di una pluralità di reti e di relazioni. Da casa ci si può relazionare con ambienti diversi, ci si può connettere con i colleghi di lavoro, con la scuola, con l’università e con gli amici, utilizzando linguaggi e stili di comunicazione anche molto diversi. La casa diventa oggi uno dei capisaldi della network society che ora si basa sulle connessioni tra nodi molto piccoli, le nostre abitazioni.

La domanda, però, è se e come questa crisi cambierà il valore economico delle nostre abitazioni. Gli esperti, sentiti da Plus24 questa settimana, si aspettano che, in qualche misura, l’esperienza della pandemia ci porterà a modificare le abitudini d’acquisto degli immobili. Oggi, secondo i dati Istat un terzo delle abitazioni italiane non ha nè terrazzo nè balcone, il 6o% ha solo un bagno e l’8% dello stock abitativo è stato costruito in questo secolo. Questo perché è stato preferito il modello della “densificazione”, come ricorda Paolo Bellacosa, partner real estate di Vitale, nel quale è stato ritenuto premiante vivere in prossimità delle metropolitane e dei luoghi di lavoro. Quanto sta succedendo potrebbe determinare un modello di de-densificazione, con le persone più propense a vivere in sobborghi più verdi e confortevoli, tutto questo comporterà una rimodulazione dei parametri di valutazione degli immobili.

Considerazioni effettuate nei giorni del Coronavirus, fonte: Articolo tratto da Il Sole 24Ore 4 aprile 2020.